Cari amici,

su Il Manifesto del 9 aprile ho trovato questo interessante articolo di Paolo Godani, che lavora a Pisa e ha scritto su Heidegger e sull’estetica. Tra le diverse cose che nota, mi ha colpito il fatto che dia finalmente un peso importante al fatto che di fronte a questa crisi dell’università in generale e della filosofia universitaria in particolare, i professori rispondano con un desiderio stanco e un interesse che tocca solo tangenzialmente la questione del sapere.

Che cosa ne dite?

Enrico Fontana

I filosofi delle università

Qualche mese fa c’è stata una fiammata d’opposizione alla cosiddetta riforma dell’università. La piazza del 14 dicembre a Roma è stata una boccata d’ossigeno per molti. Ma nelle aule universitarie si continua a soffocare, e non solo per colpa della riforma.

Gli effetti di questo governo sull’università sono ormai ben evidenti: se la Gelmini non intacca alcuna prerogativa del potere universitario (innanzitutto rispetto ai concorsi, che continuano ad essere gestiti secondo logica feudale), in compenso i tagli stanno sostanzialmente abolendo la ricerca (riducendo all’osso tanto i dottorati quanto gli assegni di ricerca e mantenendo i pochi ricercatori sopravvissuti in uno stato di precarietà permanente).
Ma nelle aule universitarie, e in particolare nei dipartimenti di filosofia, l’aria è irrespirabile anche per altre ragioni. Perché, ad esempio, una buona parte dei docenti non hanno ormai alcun interesse per la materia che insegnano. Da tempo immemorabile hanno smesso di nutrire ambizioni scientifiche (o anche solo di studiare), sostituendole con la gestione di una macchina burocratica. Leggi il seguito di questo post »

Alla fine di gennaio, come ho già raccontato nel post sulla differenza sessuale, ho scritto un breve testo per un blog di filosofia morale sul Rubygate ecc. L’ho fatto perché ho notato che a tale scandalo si intrecciavano due questioni che mi stanno a cuore: una riguarda la posizione da cui può essere enunciato un discorso di filosofia morale, l’altra è la questione della differenza maschile e della difficoltà da parte degli uomini di assumerla.

Lo scandalo sessuale solleva la prima questione così: alcuni e alcune hanno provato a commentarlo ricorrendo alle parole della morale e le loro dichiarazioni si sono ritrovate delegittimate dall’accusa di essere espressione di semplice moralismo verbalistico. Questo chiede di riflettere sul senso del produrre un giudizio morale, ma, ad un livello ancora superiore, chiede di riflettere su che cosa significhi riflettere filosoficamente sulle cose della morale e produrre un discorso di filosofia morale.

Quanto alla seconda questione, essa si solleva così: è proprio vero che lo scandalo sessuale interpella prima di tutto le donne, ad esempio svilendo la loro immagine? Davvero gli uomini sono coinvolti unicamente se anche a loro sta a cuore la dignità delle donne? Io credo che le cose stiano al contrario: che lo scandalo sessuale sia innanzitutto una questione maschile, una questione per pensare la quale si debba riaprire la riflessione su che cosa agli uomini capiti per il fatto di essere uomini e non donne.

Ad ogni modo, il discorso accennato e poi discusso in quel blog, l’ho ripreso grazie all’iniziativa del mio amico videomaker Luca Ferretti e, insieme, ne abbiamo fatto un video. Leggi il seguito di questo post »

Alcune note sull’autorità

25 febbraio 2011

Pretesto. Qualche giorno fa a Venezia ho ascoltato una discussione in cui Carmelo Vigna è intervenuto sulla differenza tra autorità e potere. Non era una sua relazione, lui parlava a ridosso del discorso di un altro per cercare di mettere un po’ d’ordine in quella distinzione, che aveva un ruolo in quel discorso. In quel momento non sono riuscito ad intervenire perché non mi sono ritrovato nella direzione che lui aveva preso per operare quel riordinamento: io avrei preso un’altra strada e la sua non mi pareva quella giusta. Pensandoci su, però, mi sono accorto che, per quella direzione, a cui continuo a preferire la mia, Vigna ha toccato un punto che io avevo invece dimenticato e per dare un posto al quale ho pensato di scrivere queste brevi note. Note che concepisco come semplici bozze preparatorie ad un articolato discorso sulla nozione di autorità, nozione che, come dicevo nell’ultimo post raccontando di una discussione con Marco Focchi, penso sia decisiva per articolare appropriatamente alcuni problemi che si pongono oggi, ad esempio, per ripetermi, quello dell’insegnamento e delle precondizioni di quell’atto enunciativo o di quell’intreccio di atti enunciativi che sono l’insegnare.

Se non ho capito male (e giacché, come dicevo, non si trattava di una relazione, ma di interventi o di osservazioni nascoste dentro domande, non è improbabile che abbia frainteso, per cui mi assumo la responsabilità di quel che segue), Vigna ha innanzitutto fatto valere l’esigenza che per distinguere autorità e potere sia posto il piano comune su cui poi i distinti si opporranno. Condivido assolutamente questo metodo. La sua proposta, però, è stata di chiamare “potere” questo piano comune e di distinguere poi tra il potere esercitato per il bene dell’altro, che sarebbe l’autorità, e il potere esercitato per un proprio tornaconto, che sarebbe quello che poc’anzi chiamavamo “potere” e che mi pare non sia una forzatura eccessiva chiamare “dispotismo”. Leggi il seguito di questo post »